Non è più una questione stagionale. Un tempo, i primi e gli ultimi periodi di scuola ponevano sempre la questione del che cosa indissare per non essere troppo scoperti, risultare “poco seri” e nello stesso tempo per non soffrire troppo il caldo. Oggi, in qualsiasi periodo dell’anno, vediamo a scuola ragazzi svestiti nei più svariati modi.
Sì, questo è un articolo da boomer, quale effettivamente sono.
In Italia non esiste un codice ufficiale che regola l’abbigliamento negli ambienti scolastici, ciascuna scuola decide autonomamente se e in che modo formalizzare un regolamento o delle linee guida per evitare eccessi e per poter gestire legittimamente e senza troppe discussioni eventuali trasgressioni in tal senso.
I giovani contestano un mancato rispetto della libertà personale di espressione, ma stiamo parlando di Scuola o di luoghi di aggregazione di altra natura? Scusate, ma la Scuola non è forse l’Istituzione per eccellenza deputata all’educazione e all’apprendimento? Se non è più così, per favore, avvisate.
Non è che sono una sostenitrice del famoso grembiulino, ma cerco di collocarmi sempre in una fascia intermedia di buon senso che evita gli eccessi in un senso e nell’altro. Però, vorrei condividere due concetti importanti che secondo me si ponevano alla base del famoso grembiulino.
Il primo riguarda l’equità. Il grembiule dava la possibilità di essere tutti allo stesso livello indipendentemente dallo stato di benessere e ricchezza della famiglia di provenienza, chiaramente evidente subito dall’abbigliamento utilizzato, impedendo e annullando in tal modo qualsiasi differenza sociale ed evitando il giudizio per non essere in linea con il vestiario all’ultima moda. Tra gli alunni non si deve individuare alcuna differenza (indipendentemente dagli esiti didattici) evitando così qualunque forma possibile di discriminazione.
Il secondo, conseguente al primo e a mio avviso molto più interessante, riguarda il senso di appartenenza all’Istituto. Ancora di più se pensiamo alle divise dei college anglosassoni. Nel Regno Unito le divise vengono utilizzate fino ai 16 anni in tutte le scuole (nessuna differenza fra pubbliche e private) per contrastare discriminazioni in base al sesso, etnia, disabilità, orientamento sessuale e credo. Ma non solo per questi motivi.
La divisa nei college e nelle scuole promuove il senso di appartenenza favorendo l’uguaglianza, l’identità collettiva e l’orgoglio verso l’istituzione. Eliminando le discriminazioni basate sull’abbigliamento, essa crea un senso di unità, facilita l’identificazione del gruppo e può migliorare la disciplina, la concentrazione e la sicurezza, preparando gli studenti al mondo del lavoro. Genera un forte senso di identità collettiva tra gli studenti. Può instillare un senso di disciplina e professionalità, e può migliorare la concentrazione degli studenti eliminando le distrazioni legate alla moda. Inoltre, la divisa facilita l’identificazione degli studenti all’interno e all’esterno della scuola, aiutando a mantenere il gruppo unito.
Indossare una divisa significa essere parte integrante di una squadra, di una “famiglia”, favorendo quindi il benessere personale, le relazioni e impattando positivamente sull’impegno e il rendimento oltre che, chiaramente, sulla disciplina.
Ora, tra l’opzione “pancia nuda, seno alla Jessica Rabbit e pantaloni abbassati a metà fondoschiena” e l’opzione “divisa” (che personalmente adotterei), è possibile trovare una mediazione?
Nel mondo del lavoro non funziona forse così? Logo aziendale, divisa, cartellino…
Eppure a Scuola abbiamo paura a chiedere ai giovani di identificarsi in qualcosa in nome della loro libertà di essere ciò che vogliono essere? E l’educazione, anche in questo caso, viene delegata completamente alla famiglia che non trova quasi mai validi alleati nella società.
Buon anno scolastico ragazzi!

