Questa mattina ho assistito ad uno scontro fra due colleghi sorto dal fatto che uno dei due ha trasmesso al secondo un sentito dire come fosse verità appurata. Il secondo si è spaventato e, appuratane la non veridicità, ha ripreso il primo per la pericolosità di un atteggiamento superficiale. Il sentito dire nei contesti di lavoro è un argomento sempre attuale. Mi ha dato lo spunto per condividere la seguente riflessione.
Se c’è una cosa che, in qualsiasi azienda che si rispetti, vivrà in eterno è la famosa voce di corridoio. Non la fermi, è sussurrata, si infila nei pensieri, danneggia l’opinione e il rendimento lavorativo. All’interno delle organizzazioni — siano esse aziende private, enti pubblici o strutture complesse — si muove da sempre un canale parallelo e sotterraneo: il regno delle voci di corridoio. Avviene a qualsiasi livello aziendale, lo vedo io stessa nel mio piccolo, anche nel mio ufficio. Non resta che farci i conti: la voce di corridoio è un collega di lavoro un po’ pericoloso che non darà mai le dimissioni.
Capita ad ognuno di noi – chi per uno sfogo passeggero, chi per paura, chi per provocare reazioni – di parlare con un collega e iniziare la frase con un “si dice che”. È comprensibile che ciò avvenga in una giornata lavorativa, ma ciò che a un primo sguardo potrebbe sembrare un innocuo sfiatatoio per la tensione quotidiana, si può rivelare un pericoloso fattore di disgregazione sociale e professionale. Il pericolo del “si dice” non risiede soltanto nella falsità del contenuto, non derivando mai da fonti certe, ma appunto nel suo potere di sostituirsi alla realtà, creando malumori, cattiveria e distruggendo il clima di fiducia che dovrebbe invece essere il primo obiettivo di un qualsiasi contesto lavorativo, in un qualsiasi ufficio, in una qualsiasi struttura. Cala la motivazione e il buon rendimento diventa un lontano ricordo.
Quando un’indiscrezione, non verificata, viene accolta come verosimile, si innesca un processo tale per cui chi la dice si sente esonerato dalla responsabilità di diffondere qualcosa di non vero e chi la ascolta si sente autorizzato a non cercare le prove. Questo trasforma però il dubbio in verità perché tanto “lo sanno tutti che”. Il confronto, la verifica, l’etica personale e professionale diventano così chimere. Vengono sostituite da dubbio, paura e insoddisfazione che si insediano nella giornata lavorativa e non fanno che ledere noi stessi per primi, il gruppo dei colleghi e quindi l’azienda.
C’è poi una dimensione strettamente personale e morale che non possiamo ignorare. Una voce di corridoio colpisce quasi sempre nel buio, privando la persona o l’azienda coinvolta del diritto alla difesa e alla replica. È una violenza silenziosa che logora e demolisce quel capitale fiduciario che richiede anni per essere costruito e pochi minuti per essere incenerito.
Colpa di chi dice? Colpa di chi ascolta? Colpa di chi?
Un’organizzazione aziendale, pubblica o politica che sia, può arginare questo processo tramite una comunicazione puntuale chiara e capillare per mantenere obiettività, fiducia e positività in ambito lavorativo. Tollerare o normalizzare la cultura del sospetto genera l’incapacità di sviluppo e la paralisi generata dalla paura dell’ignoto. L’antidoto non è certo la censura o l’imposizione del silenzio, bensì la parola certa detta forte e chiara. Significa garantire e pretendere, a tutti i livelli, che la comunicazione istituzionale e interna sia tempestiva, chiara e inattaccabile, togliendo ossigeno al pettegolezzo. D’altro canto, ciascuno di noi ha di che meditare sul proprio stile comunicativo.
Ripensare l’etica della comunicazione interna non è un capriccio o un orpello, ma un’urgenza operativa.

