Oggi, l’Italia ha affrontato il suo terzo Mondiale consecutivo da spettatrice. Un’intera generazione di adolescenti non ha mai visto la Nazionale giocare una partita della fase finale di una Coppa del Mondo.
La Nazionale è diventata come lo sbarco sulla Luna: sappiamo che è successo, ci sono i video a provarlo, ma appartiene a un’epoca passata, non alla nostra realtà quotidiana.
Nei Mondiali del 1990 avevo 11 anni. Ricordo perfettamente quelle notti magiche inseguendo un gol: serate calde trascorse con mio padre a fare il tifo per la maglia azzurra. I suoi versi di esultazione ad un gol o di rabbia ad un fallo subìto o commesso mi apparivano un po’ esagerati, ma erano molto divertenti. Ricordo bene Schillaci, i suoi occhi spiritati e i capelli sudati gli conferivano un aspetto fisico singolare, ma era il calciatore che stava segnando tanti gol per la nostra nazione e quindi era diventato uno di famiglia. La voce inconfondibile di Bruno Pizzul mi sembra poi di sentirla ancora.
Nei Mondiali del 1994 avevo 15 anni. Avevo la grande compagnia di amici: ogni partita era una grande festa e un’occasione per stare insieme. Pomeriggi di ritrovo per organizzare tutto nei dettagli e poi pizzate e tifo davanti al maxi schermo, cori, canti… Eravamo uniti nel tifare la nostra Italia perché volevamo essere CAMPIONI DEL MONDO!!! Era anche l’occasione per uscire di casa alla sera, stare fuori un’ora in più, mettersi un filo di trucco, scambiare due parole con l’amichetto tanto carino. In camera da letto prendevano posto le sciarpe azzurre attorcigliate in qualche maniglia e al muro i poster dei nostri idoli: il Divin Codino Roby Baggio, Paolo Maldini, Alessandro Costacurta, Pierluigi Casiraghi, Nicola Berti… Tutti così bravi e anche così belli!
E poi le bandiere alle finestre delle case, le scuole appena finite, le giornate più lunghe, la sera qualche uscita in più. L’ansia dei rigori, gli insulti all’arbitro… meritatamente degenerati anni dopo, nel 2002, con Byron Moreno!
Mi fermo a questi due Mondiali perché, essendo stata in quegli anni in giovane età, hanno segnato in modo particolare i miei ricordi arricchendo questo evento sportivo di una tensione positiva degna di essere vissuta negli anni a seguire.
Oggi, l’Italia ha affrontato il suo terzo Mondiale consecutivo da spettatrice (2018, 2022, 2026). Un’intera generazione di adolescenti non ha mai visto la Nazionale giocare una partita della fase finale di una Coppa del Mondo. Fino ad oggi, la passione per la Nazionale si è tramandata come un rito di passaggio di padre in figlio. I nati negli anni Novanta hanno vissuto il 2006; i loro genitori l’82; i nonni il ’70 o il ’38. Per la prima volta nella storia italiana, questa catena si è spezzata. Un bambino nato nel 2012 oggi ha 14 anni. Per lui, l’Italia al Mondiale non è un ricordo vissuto, ma un racconto mitologico fatto di vecchi video sgranati su YouTube e aneddoti nostalgici di noi genitori. La Nazionale è diventata come lo sbarco sulla Luna: sappiamo che è successo, ci sono i video a provarlo, ma appartiene a un’epoca passata, non alla nostra realtà quotidiana.
Ai giovani è venuto a mancare quel momento di pura euforia collettiva in cui si impara a sentirsi parte di una comunità, superando anche solo per un mese le divisioni di club (Milan, Inter, Juve, Napoli, …). I giocatori dei diversi club erano tutti uniti per l’obiettivo e noi imparavamo che si poteva esserlo in quel mese magico. Io, per esempio, potevo incitare anche Maldini pur essendo Juventina perché Maldini non correva per il Milan ma per l’Italia. Un po’ come quando la Juve è venuta a perdere allo Stadio Martelli contro il Mantova. Ricordo l’emozione nell’applauso della Curva Te, carico di affetto e gratitudine, quando Gigi Buffon, al secondo tempo, si è posizionato nella porta sotto alla curva. Era gennaio del 2007, eravamo reduci della Coppa del Mondo del 2006 in cui il Capitano Buffon aveva dato spettacolo portandoci alla vittoria. Un bel momento di sport sano, un bel momento di vita sana.
Senza la Nazionale a unire tutti sotto un unico colore, il tifo dei più giovani si è frammentato precocemente, identificandosi in rivalità a mio avviso tossiche dei club o, peggio, sbiadendo nel disinteresse. Le nuove generazioni non smettono di seguire il calcio, ma lo fruiscono in modo diverso. Non potendo tifare per la propria bandiera, i giovani tifano per le singole icone (vedi Haaland) o scelgono squadre “estetiche” da supportare temporaneamente, spesso influenzati da TikTok e Instagram o dai videogiochi.
Oggi il calcio ha perso la sua funzione di collante nazionale ed è diventato un intrattenimento individuale, liquido e privo di radici territoriali e storiche.
Quando l’Italia finalmente tornerà a giocare un Mondiale, troverà ancora ad aspettarla quegli occhi bambini pronti a sognare, o troverà una generazione ormai anestetizzata e indifferente al richiamo dell’azzurro?

