Questo mese, precisamente il giorno 8 novembre, la Legge 328 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” ha compiuto 25 anni.
È doveroso ricordarlo per non dare per scontato il mondo sociale così come lo conosciamo e viviamo oggi e perché ci insegna che il cambiamento può richiedere lungo tempo prima di arrivare a generare conseguenze positive e in linea con le intenzioni iniziali.
È stato così per la L. 328 che, avendo modificato radicalmente l’assetto sociale, pur non essendo ancora tutto il Paese perfettamente allineato alle disposizioni emesse (basta pensare che ancora non ovunque sono istituiti gli ambiti sociali), ancora oggi genera cerchi concentrici di effetti via via sempre più maturi e adeguati al contesto socio politico che viviamo.
Per i più giovani, ricordiamo che la 328 ha definito per la prima volta un sistema integrato di servizi sociali, basato su collaborazione tra Stato, Regioni, Enti locali e Terzo settore; ha sancito il diritto dei cittadini all’assistenza sociale, non più come concessione, ma come diritto soggettivo; ha introdotto strumenti fondamentali come gli ambiti sociali, il Piano di Zona, il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali e la progettazione partecipata dei servizi.
È la legge per l’assistenza, finalizzata a promuovere interventi sociali, assistenziali e sociosanitari che garantiscano un aiuto concreto alle persone e alle famiglie in difficoltà. Lo scopo principale della legge è, oltre la semplice assistenza del singolo, anche il sostegno della persona all’interno del proprio nucleo familiare. La qualità della vita, la prevenzione, la riduzione del disagio personale e familiare e il diritto alle prestazioni sono gli obiettivi della 328. Per la prima volta, come detto, viene poi istituito un fondo nazionale per le politiche e gli interventi sociali, aggregando e implementando i finanziamenti settoriali esistenti e destinandoli alla programmazione regionale e degli enti.
Il riconoscimento del welfare sociale e del ruolo dei servizi alla persona sono una cosa che oggi ci sembra del tutto scontata, ma che prima della 328 non c’era. È doveroso quindi esserne consapevoli e valorizzare il lavoro svolto dalla generazione che ha portato avanti questa riforma. Indipendentemente dal fatto che i risultati non siano stati sempre positivi negli anni e che gli scenari siano ancora, e per fortuna, in continuo cambiamento.
Significa che ciò che oggi c’è non è scontato e che ciò che oggi diamo per scontato potrebbe non esserlo più in futuro.
È bene d’altra parte ricordare che la Legge 328 è una legge che è stata anche fortemente criticata poiché, in quanto legge quadro, è debole sul fronte attuativo. La sua applicazione è delegata all’emanazione di decreti da parte del governo, ministeri, regioni, provincie e comuni. Questi ultimi per la prima volta valorizzati come primi soggetti interlocutori per le politiche sociali territoriali. Spostando le competenze sulle politiche sociali alle Regioni, e a cascata a province e comuni, la 328 ha di fatto portato a un’attuazione disomogenea su base regionale, aggravata da tagli ai finanziamenti e da diversi approcci politici territoriali.
Enormi passi in avanti sono stati fatti negli ultimi anni sull’integrazione voluta dalla 328 tra sociale e sanitario e tra pubblico e privato, ne sono un esempio le diverse sperimentazioni regionali che CSA sta realizzando, dai Centri per le Famiglie agli interventi sull’Autismo e sulla Disabilità. Cambiamento che porta le sue difficoltà, ma che sembrava un obiettivo irraggiungibile 20 anni fa.
La rivoluzione più grande rimane comunque, a mio avviso, la creazione degli ambiti sociali e quindi la nascita di forme di gestione associate, consorzi e altre modalità di rafforzamento delle collaborazioni pubblico-privato. Portiamo avanti, quindi, un’eredità importante: nel sociale bisogna lavorare insieme, bisogna unire le forze e si cambia solo lavorando in questo modo. Questo significa ridurre un pochino il potere di ognuno, ma significa raggiungere davvero chi ha più bisogno di noi.

