Con il Piano di Azione pubblicato sul sito del Ministero dell’Economia il 02/07/2026, l’Italia dà avvio, in modo formale, al percorso sull’economia sociale.
Il Piano si sostanzia in una serie di indicazioni che saranno man mano suscettibili di attuazione attraverso i veicoli legislativi ordinari.
Tale Piano attua la Raccomandazione del Consiglio europeo del 27 novembre 2023, che ha chiesto ai 27 Stati membri di adottare o aggiornare strategie nazionali per l’economia sociale. In Italia il testo è stato elaborato da un tavolo tecnico costituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, in raccordo con il Ministero del Lavoro. Una consultazione pubblica, tra ottobre e novembre 2025, ha raccolto oltre cento osservazioni confluite nella versione definitiva.
Il passaggio segna un cambio di paradigma nel modo in cui il sistema economico italiano guarda a questo comparto: non più una costellazione di soggetti da trattare caso per caso, in deroga alle regole del mercato, ma un ecosistema riconosciuto come tale, con una logica di funzionamento e un peso macroeconomico difficile da ignorare.
L’elemento più significativo del documento è la perimetrazione dei soggetti dell’economia sociale italiana.
Il Piano riconduce alle Cooperative, alle Società di Mutuo Soccorso, agli Enti del Terzo Settore, alle Imprese Sociali, agli Enti Sportivi dilettantistici, agli Enti Religiosi civilmente riconosciuti, col sostegno di Fondazioni d’origine bancaria e Credito cooperativo. Un ecosistema complesso che richiede un filo conduttore capace di distinguere e valorizzare i modelli organizzativi e orientare le politiche verso realtà che non agiscono secondo una logica d’impresa, ma con l’obiettivo di valorizzare attività di interesse generale o collettivo.
Gratuità e mutualità restano gli elementi attorno a cui ruota anche la nuova fiscalità del Terzo settore e colgono il senso di modelli che avranno bisogno di una dotazione di strumenti dedicati per operare.
Le dimensioni del fenomeno aiutano a capire la portata della scelta.
Secondo le stime del Piano, l’economia sociale italiana coinvolge quasi 400mila organizzazioni, oltre un milione e mezzo di lavoratori e più di quattro milioni e mezzo di volontari: numeri di un comparto tutt’altro che marginale, che rappresenta un valore non indifferente negli schemi economici dei Paesi Ue e sostiene segmenti della nostra economia e del nostro welfare sempre più rilevanti.
Le Cooperative rappresentano il 13,4%, restando tuttavia la maggior forma occupazionale con 1.1 milioni di addetti, pari al 72,4% del totale degli occupati del settore
Il Piano non si limita a fotografare l’esistente, ma individua un’agenda di sviluppo che ruota, in larga parte, attorno alle risorse e alla loro valorizzazione: dotare l’economia sociale di strumenti — fiscali, finanziari e regolatori — capaci di darle forza, senza snaturarne le caratteristiche. Tre i fronti su cui il documento si sofferma: fiscalità, finanza e aiuti di Stato, terreni su cui si giocherà buona parte della capacità del Piano di tradursi in crescita del comparto.
Il Piano fa perno su un principio già riconosciuto dalla Corte di Giustizia UE: gli utili destinati a patrimonio indivisibile non generano un possesso di reddito tassabile, perché per legge non possono essere distribuiti. Su questa base il documento prospetta l’esenzione integrale degli utili a riserva legale per le cooperative, ed una revisione dell’IRAP per superare le disparità regionali, nonché un adeguamento dell’IMU ai criteri di non commercialità del Terzo settore.
L’accesso al credito resta un ostacolo, perché i modelli di rating bancario non tengono conto del patrimonio indivisibile né della governance mutualistica. Le azioni proposte includono il rafforzamento del Fondo di garanzia PMI nella sua sezione dedicata agli enti del Terzo settore, e l’introduzione di un “rating sociale” riconosciuto per legge.
Il Piano propone una strategia nazionale di acquisti pubblici sostenibili, che privilegi criteri di aggiudicazione diversi dal prezzo più basso e valorizzi l’impatto sociale delle offerte. Tra le ipotesi, una quota minima di affidamenti riservati agli enti dell’economia sociale e un maggior ricorso alla concessione come strumento di gestione dei servizi.
Un capitolo specifico riguarda le cooperative nate dal recupero di aziende in crisi da parte degli ex dipendenti, i cosiddetti workers buyout. Per rilanciare la Legge Marcora (1985) il Piano ipotizza sgravi contributivi nei primi tre anni di attività e un potenziamento delle società finanziarie che la attuano.
Restano centrali anche gli strumenti di inserimento lavorativo per le persone svantaggiate, con una possibile revisione della relativa definizione giuridica.
Il documento segnala la scarsità di percorsi formativi dedicati come un ostacolo strutturale, sia per chi lavora nell’economia sociale sia per la pubblica amministrazione che ci si interfaccia. Propone una piattaforma nazionale di dati, un conto satellite Istat dedicato al settore e standard condivisi per misurare l’impatto sociale, oggi frammentati in metodologie diverse.
Il Piano avrà durata decennale dalla sua approvazione, con una revisione di medio termine dopo cinque anni; il monitoraggio previsto dalla Raccomandazione europea è fissato al 2027 e al 2032.
Come detto, il passaggio del 2 luglio in Consiglio dei Ministri è stato un’informativa, non un atto attuativo: mancano ancora i provvedimenti necessari per rendere operative le misure indicate. Qualcosa, però, si è già mosso: la legge di bilancio 2026 ha istituito presso il MEF un comitato di esperti consultivo, e il decreto legislativo 186/2025 ha già recepito alcune semplificazioni sul regime IVA degli enti dell’economia sociale.
Gli sgravi fiscali veri e propri restano ancora da tradurre in norme.
Da qui iniziano importanti momenti di lavoro e condivisione da parte di Confcooperative Lombardia e Confcooperative Nazionale, dove sono attualmente coinvolto in qualità di Presidente di Federazione nonché membro del Consiglio Nazionale di Presidenza.
Attraverso gruppi tecnici di lavoro, con l’aiuto di giuslavoristi e tecnici amministrativi, andremo a creare proposte, linee progettuali, strategie, politiche che vadano a rendere la cooperazione qualcosa di distintivo nell’ambito dell’economia sociale.
Verranno sviluppate idee, quali ad esempio la lotta al dumping contrattuale che vada oltre agli Osservatori, il tema dell’equivalenza dei contratti, del salario giusto connesso con il Decreto 1° Maggio, la nostra funzione partecipativa, inclusiva e mutualistica strettamente collegata all’alta intensità di manodopera, , la presenza di soci lavoratori oltre che di semplici dipendenti, e tutta una serie di peculiarità utili a trovare una giusta collocazione ed un conseguente giusto riconoscimento a tutto il mondo cooperativo nell’importante ecosistema appena definito.
Essere protagonisti in questa fase, significa essere padroni del proprio destino, e per questo metteremo il massimo impegno al fine di ottenere significativi risultati utili al rilancio della cooperazione.

