In un periodo di grandi trasformazioni, acquistano sempre più importanza le competenze delle persone, indipendentemente da dove o come siano state acquisite, poiché la competitività dipende sempre più dalla capacità dei lavoratori di adattarsi alle nuove circostanze. Tutto ciò implica, per i lavoratori, l’acquisizione di nuove competenze e, per i datori di lavoro, la capacità di riconoscerle.
L’ostacolo principale soprattutto nel nostro Paese è la scarsa visibilità e l’uso limitato della formazione non formale: solo il 20 per cento circa degli adulti partecipa a tale formazione (metà della media Ocse) e tra chi ha bassi livelli di istruzione la quota scende sotto il 10 per cento. Di conseguenza molte competenze restano invisibili e sottoutilizzate.
Nel favorire l’incontro tra domanda e offerta acquistano sempre più centralità le piattaforme online: i lavoratori le utilizzano per segnalare le proprie esperienze e competenze, mentre i datori pubblicano opportunità disponibili e competenze richieste. Queste innovazioni hanno modificato la gestione delle risorse umane. E si diffondono le pratiche di skills-first – approcci al reclutamento, mobilità e formazione che privilegiano le competenze delle persone, indipendentemente da dove o come siano state acquisite – per ampliare e diversificare il bacino di talenti e migliorare l’incontro tra lavoratori e opportunità occupazionali.
Le pratiche skills-first sono emerse grazie a tecnologie che permettono di valutare le competenze senza basarsi solo sui titoli di studio e grazie ai cambiamenti demografici. Carriere più lunghe e il rapido evolversi della domanda di competenze e conoscenze impongono un aggiornamento continuo, che i titoli di studio acquisiti catturano sempre meno. D’altra parte, i sistemi educativi faticano ad adeguarsi ai nuovi bisogni del mercato di lavoro, lasciando molti settori senza percorsi formativi specifici.
Un recente studio ha evidenziato come nei paesi Ocse cresca sia la ricerca di personale basata sulle competenze sia l’uso delle piattaforme da parte dei lavoratori, in Italia ciò avviene di meno. Una spiegazione potrebbe essere che nel nostro paese Internet e i canali digitali sono meno utilizzati per la ricerca di lavoro e personale.
Se guardiamo ai numeri, tra luglio 2023 e giugno 2024, circa il 14 per cento delle ricerche dei selezionatori nei Paesi Ocse includeva filtri specifici sulle competenze e nella maggior parte dei paesi oltre la metà delle offerte di lavoro online riportava requisiti di competenze dettagliati. In Italia, invece, meno del 10 per cento delle ricerche filtrava per competenze o titoli, e meno del 50 per cento delle offerte includeva requisiti di competenze dettagliati.
In Italia, la segnalazione di competenze trasversali sui propri profili, legate cioè all’adozione di tecnologie emergenti, è cresciuta meno.
Ciò è preoccupante: le competenze trasversali sono cruciali in mercati in rapida evoluzione e la loro carenza incide negativamente su produttività, capacità innovativa e competitività. Il rapporto mostra inoltre che chi aggiorna il proprio profilo con nuove competenze sperimenta periodi di disoccupazione più brevi, soprattutto tra chi non indica titoli di studio formali.
L’uso di pratiche skills-first in Italia rimane basso, nonostante i potenziali benefici in un contesto di scarsa frequenza di percorsi post-secondari e di crescente partecipazione alla formazione non formale. La certificazione di tale formazione è particolarmente diffusa e può rappresentare un valore aggiunto se allineata ai bisogni del mercato in contesti skills-first.
In Italia i contenuti della formazione non formale legata al lavoro sono ancora centrati su obblighi normativi più che sullo sviluppo di competenze digitali e “dirompenti”. Corsi di Sicurezza e Primo Soccorso rappresentano un quarto della formazione non formale legata al lavoro, contro una media Ocse dell’8 per cento. Restano corsi necessari, ma vanno affiancati da investimenti mirati all’aggiornamento di competenze digitali, tecniche e trasversali. In Italia la partecipazione alla formazione digitale è tra le più basse. Siamo inoltre uno tra i Paesi con la quota più alta di dipendenti che dichiarano di “non imparare mai facendo” (22 per cento) e nell’ultimo decennio si è registrato un calo dell’apprendimento informale sul lavoro. Ciò suggerisce che la progettazione del lavoro e le pratiche aziendali non favoriscono cicli quotidiani di apprendimento, limitando la diffusione di nuovi processi e tecnologie.
Sebbene i governi abbiano un ruolo chiave, la diffusione delle pratiche skills-first richiede sforzi coordinati di imprese, enti di formazione, parti sociali e società civile. Le priorità politiche includono: standardizzare i sistemi di validazione delle competenze per migliorarne la fiducia e la comparabilità; investire nella formazione digitale e nell’apprendimento permanente; rafforzare l’intelligence sul mercato del lavoro; dare l’esempio nelle assunzioni del settore pubblico.
In teoria, nulla impedisce alle imprese di adottare approcci skills-first già oggi, ma spesso mancano consapevolezza e strumenti pratici per farlo. Molte aziende non dispongono di un linguaggio condiviso per definire le competenze di cui hanno bisogno o non percepiscono l’urgenza di cambiare, anche perché la pressione sul mercato del lavoro è inferiore rispetto ad altri Paesi. Diventa quindi essenziale promuovere campagne di sensibilizzazione, sostenere le imprese nell’identificazione e nella mappatura delle competenze e fornire strumenti operativi per integrare approcci skills-first nei processi di selezione e sviluppo del personale.
Per l’Italia, promuovere una più diffusa adozione di pratiche skills-first potrebbe permettere di far breccia in barriere strutturali quali la limitata offerta di formazione digitale e le deboli pratiche di apprendimento sul lavoro. Dando maggiore visibilità e riconoscimento alle competenze sviluppate nella formazione non formale legata al lavoro, che è ancora fortemente concentrata sulla conformità alle normative, le pratiche skills-first potrebbero contribuire a rendere più efficaci gli investimenti realizzati. Tali pratiche possono inoltre ampliare l’accesso a lavori di qualità per chi non possiede titoli di studio, ma ha competenze che hanno valore nel mercato del lavoro, aiutando le imprese ad attingere a un bacino di talenti più ampio e rafforzando la competitività dell’Italia in un’economia sempre più plasmata dal cambiamento demografico.

