Don Attilio ha collaborato con l’Ippocastano per vari anni intervenendo a tutte le feste Pasquali e Natalizie processando Messa, offrendo prossimità, attenzione ed accoglienza agli Ospiti ed agli Operatori, regalando anche spensieratezza e gioia attraverso il suo splendido carattere.
Purtroppo lo scorso luglio è venuto a mancare ed ho il piacere di offrire il presente scritto per quella che è stata la mia esperienza personale con lui.
Ho conosciuto Don Attilio dalla sua voce. È sempre una voce che chiama o interpella.
Era una mattina d’inverno, come spesso mi capita prima di iniziare il turno, passo in Chiesa a Governolo per una preghiera spesso frettolosa e confusa, ma doverosa. Quella mattina varco la soglia d’entrata, mi siedo su una panchina a circa metà navata e sento la voce di un parroco che dice Messa nella cappellina adiacente alla Chiesa.
Non comprendo bene il significato delle parole, ma mi colpisce il tono della voce, una timbrica sincera, vicina. Mi avvicino nei primi banchi per ascoltare meglio, abbozzo un sorriso, parole semplici, efficaci, vicine, chiare.
Quando incontro un sacerdote non riesco a far altro che a pensare alla sua vocazione: Dio chiama, ma rispetta sempre l’unicità di quello che siamo che nel rapporto con Lui, si esalta. Non si diventa sacerdoti perché si capisce razionalmente qualcosa di Dio, ma lo si diventa perché ci sente toccati da Lui, si riconosce l’impronta di Dio nella nostra vita e quindi la vita ordinata diviene una risposta, la vocazione, per diventare efficace deve essere una risposta.
Don Attilio era così, un sacerdote semplice, tra la gente, così lo ha voluto Dio e così è stato fino all’ultimo giorno della sua vita, vicino, pronto e disponibile sempre e ad ogni ora.
Il giorno seguente lo conobbi di persona, andai alla Messa delle 8.00 a Governolo che puntualmente presiedeva. Era una celebrazione molto intima, pochissime persone che quotidianamente si ritrovano prima di iniziare la giornata.
Cominciai ad andare assiduamente portando con me anche qualche ragazzo, uno di questi ricevette anche la Comunione e la Cresima in età avanzata per sua libera scelta.
Quando seppe che ero Ministro straordinario della Comunione, mi chiese espressamente di poter portare ai ragazzi dell’Ippocastano la Santa Eucarestia e così feci per molto tempo. Puntualmente quando avevo il turno la domenica, lo chiamavo qualche giorno prima e lui mi faceva preparare un teca con una ventina di particole per i ragazzi, poi mi chiamava durante il pomeriggio per assicurarsi avessi trovato tutto il necessario. Aveva viste degne di uomo di Dio. Vicino alla teca, mi lasciava sempre una frase, un pensiero che mi accompagnasse durante la giornata.
Al suo funerale il Vescovo Marco riflette sull’arte dell’invecchiare, le nostre comunità hanno, in effetti, un vitale bisogno di esempi e di testimonianze che insegnino di nuovo l’arte di vivere e l’arte di invecchiare e portare a compimento la vita terrena. Senza una riconciliazione docile con la vecchiaia, la retroproiezione dell’incubo di perdere efficienza, rilevanza e autonomia finisce per inquinare anche gli anni della giovinezza che trascorre veloce nell’ossessione che finisca.
Racconta il Vescovo Marco che quando negli ultimi giorni riceveva la Santa Comunione eucaristica si trasformava, si illuminava, riposava nel Signore. Anche il suo volto scavato e il corpo diminuito lasciavano un’impressione di trasparenza quasi totale.
Questa era una caratteristica tipica della sua personalità. Di Don Attilio si intravvedevano subito i difetti e i pregi, non metteva veli di copertura. Il tempo, per il semplice fatto che ci spoglia di tante cose, ci riporta a diventare essenziali, come l’acqua, l’aria, liberandoci da tutte le aggiunte effimere che camuffano le nostre personalità autentiche. La verità di noi traspare piuttosto nella semplicità, nell’essere “restituiti” alle poche cose vere. Se ci lasciamo abitare e trasformare dallo Spirito Santo che il Padre effonde nei nostri cuori, riusciamo ad accettare come provvidenziale questa spogliazione che semplifica il cuore e nel contempo lo unifica attorno all’unico necessario.
Don Attilio ha mantenuto sino alla fine uno zelo per la sua missione sacerdotale. Lo dimostrava con l’essere disponibile ai servizi richiesti, sensibile verso i più poveri. Per lui era fondamentale la celebrazione della Messa. Durante la liturgia, ma anche negli incontri informali, comunicava la gioia di appartenere al Signore e di servirlo. Avvertendo l’approssimarsi della morte, chiese se fosse possibile formalizzare con l’arcivescovo di Firenze il suo passaggio definitivo nel clero mantovano.
La domenica sera, prima di spirare, il Vescovo gli ha comunicato che la Chiesa mantovana che gli aveva donato il battesimo e la fede ora lo accoglieva pienamente tra i suoi presbiteri. Si è commosso e ha ringraziato. Con la semplicità di un bambino e la gioia del vegliardo ha ripercorso a grossi passi la sua vita di cristiano e sacerdote. Lasciava trasparire l’abbandono nelle mani di Dio e la serenità di chi può andarsene in pace perché i suoi occhi hanno visto il compimento della vita. Aveva chiesto di portare nella sua stanza la statua della Madonna Immacolata a cui era legato da una profonda devozione per il semplice fatto di essere nato l’8 dicembre. La voleva davanti a sé quale compagna nel passaggio come tante volte aveva chiesto con le parole dell’Ave Maria: “prega per noi ora e nell’ora della nostra morte”. Amen

