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Cane in carcere : La cura che libera

C’è un momento, in un’aula della Casa Circondariale di Cremona, in cui tutto si ferma: i rumori metallici delle chiavi, il brusio dei corridoi, il peso dei pensieri. Entra Birba, incrocio Spinone dal passato difficile, trovata legata a un albero in un bosco del Trentino e salvata per un soffio. A seguire Cameron, Labrador “ex fattrice”, proveniente da un allevamento e impiegata per anni esclusivamente per fare cucciolate destinate alla vendita.

Due storie, due caratteri molto diversi, ma capaci di parlare la stessa lingua: quella di una fiducia riconquistata.

È accanto a loro che una ventina di detenuti – uomini che hanno visto crollare molte certezze – si sono seduti, hanno ascoltato, toccato e si sono emozionati. Ed è così che è iniziata quest’avventura, in cui uomini si sono aperti a un’esperienza che nessuno di loro, probabilmente, immaginava.

Il progetto di I.A.A. (Interventi Assistiti con gli Animali), durato dal 24 settembre al 5 dicembre, ha fatto molto più che insegnare a dare un “seduto” o un “resta”. Ha scardinato resistenze, sfidato pregiudizi e creato, dentro la Casa Circondariale, uno spazio di possibilità.

«Fuori lavoravo come dog sitter – racconta M.M. – e pensavo che qui avrei perso quella parte di me. Invece questo corso l’ha risvegliata. Quando uscirò voglio riprendere da dove ho lasciato».

Per E.T., l’esperienza è stata una rivelazione: «Ho imparato il gioco, i comandi, ma soprattutto il rispetto del cane. Ho capito che sente, comunica, ha bisogni. E che meritano ascolto».

B.V. sogna addirittura un futuro professionale legato agli animali: «Vorrei aprire una piccola attività a gestione familiare, che accoglie cani. Una “pensione” per loro in cui impegnarmi personalmente e lavorare a contatto con i miei figli. In questo corso, cani e operatrici ci hanno dato conforto, gioia e sostegno. In un posto dove niente è facile, è stato prezioso».

Anche N.M. ha colto un aspetto essenziale dell’esperienza:
«Qui ci sono stati sorrisi sinceri. Un vero momento di leggerezza».

B.P.P., invece, ha riscoperto un legame che pensava di conoscere già:
«Ho sempre avuto cani, sin da piccolo, ma oggi li ho riscoperti. Le mie conoscenze nei loro riguardi si sono approfondite e mi è nata una nuova voglia, più consapevole, di riavere nella mia quotidianità un cane».

Per noi Educatrici, da sempre impegnate a fianco di persone con disabilità, anziani e studenti, l’ingresso in una Casa Circondariale ha rappresentato una novità significativa. Era la prima volta che portavamo il nostro lavoro in un contesto detentivo: un ambiente complesso, abitato da uomini segnati da storie difficili e da un carico emotivo profondo.

Sin dai primi incontri, l’esperienza ha superato ogni nostra previsione. Siamo abituate a relazionarci con fragilità di diversa natura, ma immaginavamo che, in Carcere, potessero emergere barriere più rigide, chiusure quasi invalicabili. Eppure, ciò che abbiamo osservato è stato l’esatto opposto: una disponibilità inattesa ad aprirsi, anche solo per un’ora e mezza, in un tempo che raramente concede leggerezza.

Gli uomini coinvolti hanno trovato ciascuno un proprio modo per partecipare: chi attraverso la parola, chi con una battuta, chi con silenzi densi di significato. Tutti, senza eccezioni, hanno permesso che una parte di sé emergesse.

Un ruolo determinante lo hanno avuto le storie dei cani.
Birba “la trovatella”, con il suo passato di abbandono e paura, ha generato un’immediata risonanza emotiva.
Cameron “la fattrice”, ha mostrato cosa significhi essere sfruttati e poi ritrovare un ruolo affettivo e riconosciuto.

La capacità dei detenuti di identificarsi in queste fragilità – e nelle possibilità di riscatto che esse rappresentano – è stata sorprendente e profondamente significativa.

Le attività proposte, fondate su esercizi pratici, gioco, riflessione e gestione responsabile del cane, si sono trasformate in un vero e proprio laboratorio relazionale: un luogo in cui non si apprende soltanto come interagire con un animale, ma anche come riconoscere e governare parti di sé spesso tenute in secondo piano.

In un contesto scandito da regole rigide, attese e limiti, la presenza di Cameron e Birba ha aperto uno spazio nuovo: uno spazio di cura, di ascolto e di reciprocità.

È forse questo il valore più profondo del progetto: non semplicemente un percorso formativo ed educativo, ma un’esperienza capace di favorire la riemersione di emozioni, aspirazioni e desideri in uomini che, spesso, vivono dietro muri visibili e invisibili.

Negli occhi di un cane, molti hanno intravisto una possibilità di cambiamento. E per noi, Educatrici alla nostra prima esperienza in Carcere, è stato un segno chiaro di quanto la relazione – umana e animale – possa ancora generare trasformazione.

 

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