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La guerra nel mondo e la lezione che non si impara

A little refugee girl with a sad look behind a metal fence. Social problem of refugees and internally displaced persons. Russia's war against the Ukrainian people.

A distanza di quasi ottant’anni dalla fine della più grande tragedia di tutti i tempi, la Seconda Guerra Mondiale, pare siamo piombati nuovamente in un’epoca di nazionalismi.

 

Nazionalismo: cit. ideologia o prassi ispirata all’esaltazione del concetto di nazione, che si risolve nell’autoritaria affermazione di valori che trascendono le esigenze della realtà politica e sociale dei paesi stranieri.

Chi ha avuto la fortuna di vivere la fine degli anni 80 del secolo scorso da teen-ager, come il sottoscritto, ricorderà senz’altro il clima di grande libertà, di positività e di ottimismo che si respirava in quel tempo.
Dopo molti anni la guerra fredda era finita, la Russia di Gorbachov, seppure sotto il vincolo di una crisi economica interna, aveva compreso l’importanza di trovare un nuovo equilibrio mondiale con gli Stati Uniti, non fondato sulle armi, sulla minaccia, sul mostrare i muscoli al mondo, ma fondato sulla collaborazione, sulla partnership, sulla volontà di creare amicizia tra i popoli.
Tutte le barriere erano cadute, i muri crollati. Il più importante, quello di Berlino, che divideva i fratelli tedeschi dell’est e dell’ovest, l’ultima reminiscenza della seconda guerra mondiale, era stato sgretolato e fatto a pezzi (poi diventati costosi souvenir dell’epoca), mentre i tedeschi tornavano a riabbracciarsi dopo decenni.
Quell’abbraccio, le lacrime, erano la speranza che qualcosa di grande poteva accadere in futuro, che vivere secondo il bene era possibile, che fare il bene era possibile.
Per noi giovani di allora questo si tramutò in un grande senso di libertà, espresso soprattutto attraverso viaggi in lungo ed in largo, da ovest ad est, ma anche da nord a sud, in tutte le direzioni entro i confini di un’Europa mai così libera, unita e fiduciosa.
Perché tutti gli uomini sono uguali nella loro volontà di essere liberi, di poter vivere, viaggiare, o più semplicemente di esprimere un’opinione o di sperare per i propri figli un futuro migliore.

Gli storici, poi, si sono occupati di spiegare oggettivamente che cosa avesse determinato le rivoluzioni del 1989, di analizzarne le cause e gli effetti.
Personalmente mi piace, invece, pensare che l’umanità, così, tout court, si fosse svegliata un giorno ed avesse pensato di vivere bene, con onestà, con correttezza e rispetto reciproco degli uni verso gli altri.
Purtroppo, se c’è qualcosa di labile nell’esistenza dell’uomo, questa è la sua memoria, che spesso scorda le lezioni del passato, costringe le civiltà a passare attraverso corsi e ricorsi storici, e ne impedisce il progresso effettivo. È come se l’evoluzione umana procedesse attraverso un ciclo continuo di avanzamenti e di involuzioni, di passi in avanti alternati a bruschi dietrofront, insomma facesse un po’ il passo del gambero.
Queste sono le riflessioni che mi vengono in mente di più oggi, quando tutto quello che accadde in quel periodo del secolo scorso sembra essere svanito, dimenticato, quasi negato, come non fosse mai esistito.

A distanza di quasi ottant’anni dalla fine della più grande tragedia di tutti i tempi, la Seconda Guerra Mondiale, pare siamo piombati nuovamente in un’epoca di nazionalismi: se ci ricordiamo, quella guerra era iniziata con la volontà di conquista di uno stato, che non si sarebbe fermato davanti a nulla, su tutti gli altri; ed era finita al contrario grazie alla volontà di tutti gli stati di cooperare per porre fine a quell’orrore.
La volontà di allearsi, di risolvere assieme tutti i problemi del mondo, sarebbe continuata anche dopo la fine del conflitto, il quale aveva dato un insegnamento fondamentale: l’unico modo per non fare la guerra è parlarsi e dialogare, creare la più grande assemblea del mondo dove il maggior numero di soggetti ha la possibilità di dire la propria, perché collaborare e risolvere assieme i problemi è l’unico modo per evitare le discussioni, i conflitti, ed in ultimo la guerra.
Con questo spirito sono nati l’ONU, il Piano Marshall di ricostruzione e di aiuti promosso dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, e poi la Comunità Europea, che oggi fa tanto discutere per la sua eccessiva burocratizzazione, ma che invece era nata dallo spirito puro di cercare gli interessi comuni tra gli Stati anziché i motivi di divisione.
Oggi assistiamo all’invasione russa dell’Ucraina, mentre il Presidente degli Stati Uniti proprio ieri (era il 21 febbraio) ha fatto un comizio belligerante anti russo in Polonia, accendendo gli animi ulteriormente, acuendo la tensione internazionale in modo ingenuo e sconsiderato; l’Europa sta pesantemente armando lo Stato invaso, mentre altri Paesi aiutano la Russia (Cina, Brasile, India), per inseguire il loro tornaconto personale. La stessa Cina, che seppur per motivazioni commerciali sembrava porsi come mediatrice dello scontro USA- Russia, da par suo ambisce a riprendersi militarmente la piccola Taiwan, nella quale già pullulano armi e basi americane. Non citiamo poi i vari dittatori degli altri Stati, che fanno di tutto per provocare ed allarmare il mondo, basti pensare alla Corea del Nord.
Ma a chi giova questa escalation? Dove è finito il buon senso che dovrebbero avere i Governanti di tutto il mondo?
È, infine, allarmante notare come tutti i leader delle nazioni, sia quelli eletti democraticamente che quelli autoimpostisi, non iniziano più le frasi dei loro discorsi citando gli organismi internazionali, ma solo appellandosi al proprio Paese: “…gli Stati Uniti vogliono questo…”, “…la Russia farà quest’altro…”, “…la Cina vuole questo…”, sintomo che ogni Paese pensa solo ed esclusivamente a se stesso, in una sorta di nuovo, ma sempre becero, nazionalismo, il nazionalismo del ventunesimo secolo.
A fronte di tutto questo mi chiedo cosa ci riserverà il futuro, perché al momento gli scenari possibili paiono nel migliore dei casi molto foschi.

 

 

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