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Siamo sicuri che l’auto elettrica sia il futuro?

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Da un lato i veicoli elettrici non inquinano direttamente quando circolano, ma sono fonti di emissioni durante il processo di costruzione e soprattutto nei processi di estrazione di minerali e terre rare per costruire le loro batterie.

Recentemente sono tornate d’attualità alcune vecchie dichiarazioni di Sergio Marchionne (ex Amministratore Delegato di FCA): “L’auto elettrica è un progetto su cui stiamo lavorando, ma non è la soluzione per il futuro…”, “…non possiamo ignorare alcuni elementi importanti, primo fra tutti come viene prodotta l’energia, ovvero da combustibili fossili equivalenti a quelli delle attuali auto inquinanti…”.
Da un lato i veicoli elettrici non inquinano direttamente quando circolano, ma sono fonti di emissioni durante il processo di costruzione e soprattutto nei processi di estrazione di minerali e terre rare per costruire le loro batterie.
Dopo la morte di Marchionne, il settore ignorando le previsioni dell’illuminato manager ed intraprendendo la strada della transizione energetica, ha imposto a quasi tutte le case automobilistiche di dover investire ingenti capitali in ricerca e sviluppo per la creazione di nuove infrastrutture produttive dedicate all’elettrico.
Parallelamente, soprattutto in Unione Europea, si è scelto di perseguire l’obiettivo della decarbonizzazione, ossia la progressiva dismissione dei combustibili fossili responsabili della produzione di enormi quantità di CO2, con provvedimenti forti come lo stop alla vendita di nuovi veicoli con motori termici alimentati a benzina e diesel a partire dal 2035, puntando tutto sull’elettrico.
Recentemente però, alcuni eventi hanno mutato il contesto, in particolar modo il tragico conflitto Russia – Ucraina che, oltre a mietere migliaia di vittime, ha avuto pesanti conseguenze sull’economia globale; principalmente il rincaro del prezzo del gas che è schizzato alle stelle, determinando l’innalzamento del prezzo dell’elettricità che viene prodotta in larga parte “bruciando gas”.
Aumento dei costi per gli approvvigionamenti delle materie prime, aumento dei costi gestionali per le industrie dell’automotive, difficoltà a reperire materiali e tecnologie ed aumento del costo della fonte per ricaricare tali motori – “energia elettrica” – rendono le scelte Europee decisamente NON SOSTENIBILI sia a livello economico che ambientale.
Se a questi aggravi dei costi, aggiungiamo anche altre fondate titubanze inerenti il “ciclo di vita delle batterie”, l’autonomia negli spostamenti e la carenza di colonnine di ricarica, sorge la forte perplessità che l’auto elettrica possa essere considerata la soluzione per la mobilità del futuro.
Una potenziale soluzione potrebbe essere ricercare l’alternativa nei carburanti biologici o sintetici che funzionerebbero senza troppe difficoltà con i “vecchi” motori termici. Ciò non vuol dire che l’elettrico vada completamente scartato, ma che potrebbe essere più conveniente un approccio meno radicale, combinando elettrico e termico.
Il problema non è il motore a combustione interna, ma cosa ci bruci.
Eliminando gran parte della CO2 dai carburanti, infatti, si potrebbero ottenere benefici immediati sull’intero parco auto circolante con un impatto paragonabile a quello dell’elettrico.
Oggi le compagnie petrolifere stanno già sperimentando e producendo biocarburanti, a base di oli vegetali ricavati dai rifiuti addizionati di idrogeno per eliminare l’ossigeno (che sporca il motore), grazie a cui la riduzione delle emissioni di CO2 oscilla tra il 60 e l’80%. Se si decidesse di puntare con decisione sui carburanti alternativi, il settore potrebbe riconvertirsi, abbandonando i combustibili fossili, recuperando e trasformando i rifiuti in nuova preziosa materia.
Più complessa la soluzione dei carburanti sintetici (idrogeno + anidride carbonica) per i quali la filiera produttiva è ancora insostenibile a causa dei costi di produzione e della scarsa richiesta.
Infine, si potrebbe valutare l’idrogeno, considerata la tecnologia risolutiva in quanto con un kg di idrogeno si possono percorrere fino a 100 km, ma per il quale esistono ancora importanti difficoltà di applicazione;
i principali problemi sono di carattere infrastrutturale e logistico, legati principalmente al trasporto e allo stoccaggio dello stesso.
L’idrogeno è un gas pericoloso ed altamente infiammabile, difficile da immagazzinare e rappresenta un rischio per la sicurezza in caso di incidente.
Le opzioni valutabili sono quindi molteplici e ci auguriamo che l’indirizzo che verrà intrapreso miri a salvaguardare l’ambiente, sfruttando le risorse di cui il nostro pianeta è ricco e “salvando i motori termici” evitando anche i dolorosi tagli di centinaia di migliaia di lavoratori che lavorano nell’indotto automobilistico.

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