Ormai viviamo in un mondo in cui tutto ciò che sentiamo e che leggiamo non sappiamo più se è frutto della tecnologia o dell’intelligenza umana. Articoli, tesi, progetti, testi di canzoni … Non so voi, ma io sono in difficoltà.
Oggi chiunque può scrivere una canzone e metterla in musica. Quasi quasi chiunque può anche cantarla considerando che sempre più artisti si affidano all’Autotune, non più solo nelle registrazioni dei brani, ma addirittura nelle esibizioni dal vivo.
Quest’anno un altro passo in questo senso è stato fatto anche dal Festival di Sanremo, che non lo aveva negato esplicitamente nemmeno in passato ma nell’ultima edizione l’ha proprio sdoganato sostenendo che la musica è cambiata ed è insita nei generi musicali ormai insediatisi oggi la necessità di creare effetti vocali volutamente “artificiali”, dando un suono caratteristico e a volte robotico. Peccato che, non regolando l’utilizzo dello strumento, molti cantanti l’hanno poi utilizzato come un vero e proprio correttore dell’intonazione nella performance canora live. È riuscito così questo strumento a entrare in una manifestazione storica come il Festival, da sempre sinonimo di musica “live” e di interpretazioni dal vivo, sollevando non poche polemiche, ma anche aprendo nuove riflessioni sulla natura della musica e sulla sua evoluzione.
Facciamo un passo indietro.
L’Autotune è un software di correzione dell’intonazione che permette di correggere, migliorare o addirittura alterare la voce di un cantante. Nato nel 1997 grazie all’ingegnere vocale Andy Hildebrand, l’Autotune è diventato uno degli strumenti più utilizzati nella musica contemporanea, in particolar modo nei generi pop, rap e trap. L’inventore stesso spiega che lo strumento nasce da una chiacchiera mentre era a pranzo con un collega e la moglie di costui che gli chiese, tra il serio e il faceto: “Ma non puoi inventare un aggeggio che mi faccia sembrare sempre intonata?”. La domanda suscita una certa curiosità nell’ingegnere che inizia subito a fare qualche studio. L’ingegnere è esperto di sismi ed esplosioni, ma l’audio era da sempre il suo campo di competenza e trovò la sfida assai allettante. Così, dopo qualche settimana di tentativi, dà alla luce un software che decide di chiamare “Auto-Tune”. Il suo scopo era quello di “aggiustare” la voce dei cantanti e funzionava.
“I produttori me lo strappavano via dalle mani”, racconta Hildebrand, “ma per qualche tempo è rimasto un segreto. Non volevano si sapesse che gli artisti dovessero usare questo “aiutino” per risultare intonati”.
Molti artisti italiani, specialmente quelli provenienti dal mondo della musica pop e rap, hanno iniziato a incorporare l’Autotune nelle loro performance. A partire dal 2019, con l’uso sempre più evidente di effetti vocali digitali, l’Autotune è diventato una sorta di “marchio di fabbrica” per alcuni cantanti, che lo usano per enfatizzare l’interpretazione vocale o per aggiungere un ulteriore livello di “creatività” alla loro esibizione.
Gli appassionati della “musica vera”, come mi piace definirla, hanno criticato l’uso di questa tecnologia, sostenendo che il festival debba rimanere fedele alla tradizione della performance dal vivo, dove la voce dell’artista è messa alla prova senza filtri. Le critiche riguardano anche il fatto che l’Autotune possa “smorzare” la vera essenza del canto, facendo perdere l’emotività e l’autenticità della performance.
Alcuni hanno paragonato l’Autotune a un’illusione, un trucco tecnologico che maschera le imperfezioni vocali, rendendo il canto meno spontaneo e naturale. D’altra parte, c’è chi sostiene che l’Autotune non sia altro che uno strumento moderno che, se usato con intelligenza, può aggiungere un valore artistico alla performance.
Se usato con intelligenza… quale intelligenza? Quella artificiale?
Ciò che è certo è che l’Autotune rappresenta senz’altro una interessante riflessione sul futuro della musica italiana e su come questa possa evolversi senza dimenticare le proprie radici. Il Festival, pur restando un punto di riferimento per la canzone italiana, si è evoluto nel tempo, integrando nuove sonorità e nuovi linguaggi. L’uso di strumenti come l’Autotune non è che l’ennesimo passo in questa direzione. Certo, non tutti sono d’accordo su quanto questa evoluzione sia positiva, ma è innegabile che l’Autotune abbia modificato la percezione della voce umana nella musica popolare.
Se da un lato c’è chi difende a spada tratta la “magia” della performance live, dall’altro c’è chi considera l’Autotune come una nuova forma di espressione artistica che va compresa e accettata. In fondo, la musica non è mai stata statica. Ogni epoca ha portato con sé nuove invenzioni, nuovi suoni e nuove tecniche, e probabilmente anche l’Autotune troverà una sua collocazione stabile nel panorama musicale italiano, magari adattandosi sempre di più alla cultura del festival di Sanremo.
L’autotune a Sanremo non è solo una questione tecnica, ma una riflessione più ampia su come la musica possa rimanere viva, fresca e al passo con i tempi. E forse, in fondo, è proprio questo il suo spirito: un equilibrio tra tradizione e innovazione che segna l’evoluzione della musica italiana, senza dimenticare mai la sua essenza.
È quindi possibile che tra poco sul palco non ci saranno nemmeno più i cantanti a gareggiare ma probabilmente i loro ologrammi e ci convinceranno che sarà cosa buona e giusta perché la musica deve per forza seguire l’evoluzione dei tempi. E noi ci crederemo perché l’intelligenza personale e individuale sarà ormai un lontano ricordo.
Jam e le Holograms, spostatevi proprio!

