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Allarme Infermieri

La Corte dei Conti ha recentemente affermato che in Italia, oggi, mancano 65.000 infermieri e che nei prossimi dieci anni usciranno almeno 140.000 professionisti.

Il nostro è il Paese OCSE con meno infermieri in assoluto: sono poco più di 6 ogni mille abitanti, contro una media europea di 9,5.

Siamo in fondo alla classifica delle Nazioni sviluppate su un piano industriale anche per i laureati in infermieristica: 17 ogni centomila abitanti, quando la media è il triplo: 48.

In mancanza di un intervento strutturale in Italia, nel prossimo futuro, non ci sarà né salute e tantomeno assistenza per una popolazione sempre più anziana.

Oggi i giovani che scelgono di studiare infermieristica sono sempre meno e le ragioni possono trovarsi nel lavoro usurante, in una retribuzione considerata non adeguata, nei pochi sviluppi di carriera e nel rischio violenza cresciuto nella fase post Covid.

Per la prima volta, lo scorso anno, in alcuni atenei, non è stato raggiunto il numero dei posti messi a bando, facendo registrare una riduzione del 10% rispetto al biennio 2022/2023.

Cosa fare per invertire queste preoccupanti tendenze quindi?

La Federazioni delle professioni sanitarie, in un recente incontro tenutosi insieme alla Conferenza dei Rettori, avanza la proposta del riconoscimento delle competenze specialistiche nonché l’evoluzione del percorso formativo universitario.

Bisognerà dunque modificare la Legge che regolamenta le professioni sanitarie che già prevede una vera e propria laurea magistrale clinica.

Sono state individuate tre aree di sviluppo specialistiche per una revisione della fase formativa da studiare unitamente ai Ministeri della Salute, dell’Università e al sistema universitario nel suo complesso: cure primarie, cure pediatriche e neonatali e cure intensive ed emergenza.

Serve, inoltre, far crescere i docenti dedicati.

Dall’anno accademico 2010/2011 si è registrata una riduzione progressiva delle domande, erano poco più di 48.000, ora sono 23.000, in tredici anni sono dimezzate.

In alcune Regioni del Nord oggi viene presentata meno di una domanda per posto, eliminando, di fatto, una giusta selezione.

L’OCSE ha contato che in Europa ci sono 50.000 infermieri laureati in Italia, e considerato che la formazione di un infermiere grava 13.500 euro per un triennio, il costo sostenuto dallo Stato Italiano, senza un ritorno effettivo in professionalità, è pari a 900 milioni.

Il divario sviluppato tra noi e il resto del mondo consiste nel fatto che il primo stipendio di un infermiere in Italia è di circa 1.600 euro, ma poi la busta paga stenta a decollare per l’eccessiva pressione fiscale.

C’è pertanto una continua emigrazione verso la Svizzera, il Nord Europa e il Nord America, dove, oltre che una busta paga migliore, esiste un riconoscimento delle competenze specialistiche acquisite con la formazione.

I nostri infermieri vengono utilizzati dal Servizio Sanitario Nazionale come si faceva 30 anni fa, mentre i modelli organizzativi andrebbero aggiornati alle nuove qualifiche.

L’Italia sta perdendo specialisti italiani ed è costretta a ricorrere a quelli stranieri i quali, a loro volta, sono poco attratti dal nostro Paese.

L’augurio ed una sincera speranza deve dunque essere riposta in azioni concrete del Governo, gli spunti per invertite la tendenza ci sono, a questi devono necessariamente seguire i fatti.

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