Quando un Ministro ha idee confuse, inventa. E a volte le “invenzioni” possono portare delle proposte di Legge quanto meno discutibili.
Una delle ultime arrivate riguarda una Ministra (omissis sul partito di provenienza per non creare pregiudizi) la quale propone il trasferimento automatico del 25 per cento del Tfr (il trattamento di fine rapporto) alla previdenza integrativa.
Stando alle informazioni ad oggi disponibili, il trasferimento dovrebbe riguardare gli accantonamenti Tfr sui redditi successivi all’introduzione della norma, non quanto già versato, e sarebbe obbligatorio per i neoassunti, mentre i lavoratori con contratti già in essere avrebbero a disposizione sei mesi per opporsi, trascorsi i quali la scelta diventerebbe irreversibile anche per loro.
La possibilità di fare questa scelta esiste da tempo e gode di un trattamento fiscale agevolato, ma sono solo un terzo i lavoratori che finora hanno deciso di usufruirne.
La nuova manovra interesserebbe i lavoratori del settore privato e non comporterebbe alcun esborso da parte dello Stato, in quanto il beneficio in termini di pensione integrativa verrebbe interamente finanziato dal lavoratore stesso.
L’obiettivo dichiarato è quello di garantire ai lavoratori pensioni più alte. È tuttavia sufficiente qualche calcolo per quantificare il modesto effetto dell’operazione sull’assegno pensionistico. Prendiamo, ad esempio, un lavoratore di 56 anni con un reddito lordo annuo di 30 mila euro ed al quale mancano dieci anni alla pensione. L’accantonamento Tfr è di circa 2 mila euro annui, mentre i contributi pensionistici ammontano a circa 10 mila euro. La proposta prevede semplicemente di destinare un quarto dell’accantonamento Tfr (500 euro annui, nell’esempio) alla pensione integrativa. Al momento della pensione, tenendo conto delle rivalutazioni, il risultato sarebbe in questo caso di alleggerire il Tfr maturato nei dieci anni di circa 6 mila euro (da 24 a 18 mila euro in valore attuale) per un aumento della pensione attualizzato di 23 euro al mese (lordi).
La norma comporterebbe chiaramente cambiamenti più sostanziali per i giovani che devono ancora entrare nel mercato del lavoro. Per questi ultimi, la decurtazione del 25 per cento del Tfr si tradurrebbe in una pensione integrativa pari al 5 per cento dell’importo della pensione pubblica.
Lasciando da parte le probabilmente trascurabili differenze tra il rendimento degli accantonamenti Tfr e quello dei contributi integrativi (e i diversi trattamenti fiscali), le due situazioni ipotetiche sono identiche da un punto di vista attuariale. Tuttavia, non sono necessariamente equivalenti dal punto di vista del lavoratore. Il Tfr è infatti una fonte di liquidità immediata nel momento in cui, per dimissioni, licenziamento o pensionamento, il rapporto di lavoro si interrompe. Il datore di lavoro può inoltre decidere di anticipare parte del Tfr al lavoratore in qualsiasi momento, possibilità che spesso viene concessa dalle imprese anche quando il lavoratore non possiede i requisiti per richiederlo. Il Tfr rappresenta dunque una preziosa fonte di liquidità per molti lavoratori in stato di bisogno, e dopotutto è proprio questa la sua funzione primaria.
Ovviamente, il lavoratore che al termine del rapporto di lavoro riceve il Tfr non è obbligato a spendere subito la somma e può sempre convertire questo capitale in una rendita, o risparmiarlo.
Viceversa, la conversione della pensione integrativa in liquidità immediata non è sempre possibile. Se è vero che in molti casi si possono riscattare i contributi versati per la pensione integrativa, il processo è comunque più lento e macchinoso rispetto all’anticipo del Tfr da parte del datore di lavoro. Fra l’altro, è possibile solo nei casi esplicitamente previsti dalla legge, ad esempio per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa, o quando l’importo della pensione integrativa risultante è inferiore a determinate soglie. Stanti le soglie attuali, la maggior parte dei lavoratori che versassero esclusivamente la quota obbligatoria nei fondi dovrebbero rientrare in quest’ultimo caso, ma non è possibile escludere con certezza ulteriori cambiamenti normativi da qui a quando i lavoratori si troveranno a scegliere, visto il continuo susseguirsi di interventi normativi in tema di previdenza e gli obiettivi dichiarati della proposta, che sembra voler in qualche modo indurre i lavoratori alla scelta della rendita pensionistica integrativa.
In altre parole, se è sempre possibile convertire un capitale in rendita, il contrario non è garantito, ed è forse il motivo per il quale la maggior parte dei lavoratori oggi preferisce non destinare i fondi Tfr alla pensione integrativa. La proposta sembra dunque basarsi sull’assunto che i lavoratori debbano essere spinti a scegliere meglio. Ovviamente, nel loro interesse.
Si tratta dunque di una mossa che si basa implicitamente sul presupposto che i lavoratori non siano in grado di gestire in maniera lungimirante i propri risparmi. Se è vero che è anche l’assunto sul quale si fonda qualsiasi sistema pensionistico, la domanda da porsi è se la destinazione di un terzo del reddito a questo scopo non sia già sufficiente. Ossia se davvero sia necessario forzare tutti, a prescindere dalle situazioni individuali, dai contributi già versati e dall’entità della pensione già maturata, a rinunciare a una potenzialmente salvifica fonte di liquidità per ottenere un trascurabile aumento del vitalizio.

