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Il variegato mondo dei CCNL

CCNL

Il tema del tasso di copertura dei contratti firmati dai sindacati più rappresentativi resta centrale, anche alla luce della recente riforma del Codice degli Appalti.

Una parte del dibattito che si è sviluppato negli ultimi mesi intorno al tema del salario minimo e, in generale, delle condizioni dei lavoratori poveri in Italia, si è concentrata sulla questione della rappresentatività dei contratti collettivi nazionali.

Per capire se e come intervenire per legge in materia di salario, infatti, è fondamentale capire quali ambiti non siano coperti da contratti collettivi riconosciuti.

I dati solitamente utilizzati per discutere il livello di copertura dei CCNL sono quelli in possesso dell’Inps, che riceve dai datori di lavoro le dichiarazioni contributive dei lavoratori tramite il cosiddetto flusso Uniemens.

Nel modulo, i datori di lavoro sono tenuti a riportare anche il CCNL del lavoratore. Da questa fonte (che considera lo stock del lavoro dipendente), si conosce il contratto collettivo applicato al 95 per cento dei lavoratori dipendenti in Italia. Di questi, il 97 per cento ha un contratto sottoscritto da CGIL, CISL, UIL. I dati Inps, però, si basano sulle dichiarazioni che le imprese rendono all’Istituto a fini previdenziali e non è scontato che riflettano necessariamente il CCNL che è effettivamente applicato e comunicato al lavoratore.

Una fonte complementare di informazioni sull’applicazione dei CCNL sono invece le Comunicazioni Obbligatorie, un insieme di informazioni che i datori di lavoro sono tenuti a trasmettere al Ministero del Lavoro ogniqualvolta attivano o concludono un contratto di lavoro dipendente. È importante notare come le comunicazioni rappresentino quindi una misura dei flussi nel mercato del lavoro, e non degli stock, come nel caso Uniemens.

Si possono classificare i CCNL in base ai firmatari secondo quanto comunicato al CNEL: i CCNL firmati da almeno uno dei sindacati della cosiddetta “triplice” (CGIL-CISL-UIL), i CCNL firmati da altri sindacati di rilevanza nazionale (UGL, CONFSAL, CISAL, FNSI o Manager) e i CCNL firmati da sindacati minori non rappresentativi. Non si tratta di una analisi perfetta perché ci possono essere contratti di settori molti specifici che non sono firmati da sindacati noti ai più, ma che non sono qualificabili come contratti non rappresentativi (per esempio il contratto dei piloti di aereo) o ambiti dove un contratto CGIL-CISL-UIL proprio non esiste, come nel settore della ricerca privata. Si tratta però di casi specifici e limitati nelle dimensioni.

Un primo confronto aggregato tra le due fonti mostra una maggiore varietà di CCNL nelle Comunicazioni Obbligatorie rispetto a Uniemens: si stima un indice di concentrazione dello 0,85 (con un valore di 1 a significare totale concentrazione e 0 totale dispersione) in Uniemens rispetto allo 0,73 nelle comunicazioni obbligatorie. Le due fonti misurano concetti diversi (stock o flussi), ma questo primo dato suggerisce che effettivamente le informazioni riportate non siano identiche o che, perlomeno, i flussi di nuove assunzioni che alimentano lo stock di occupati abbiano una maggiore dispersione nei CCNL utilizzati.

Tuttavia, anche nelle Comunicazioni Obbligatorie, la maggior parte dei CCNL riportati per i lavoratori dipendenti sono firmati dalla triplice – l’84,7 per cento -, mentre il 2,5% per cento è firmato da altri sindacati comunque rappresentativi e solo lo 0,87 per cento è firmato da sindacati non rappresentativi. Rispetto ai dati INPS interroga l’alta percentuale di lavoratori con un CCNL non elencato, particolarmente frequenti tra i lavoratori nel settore agricolo, amministrazione pubblica e difesa, istruzione, assistenza sociale. In parte si potrebbe trattare di lavoratori con contratti aziendali, in parte potrebbe essere un problema di riconciliazione delle informazioni (Comunicazioni Obbligatorie e Inps usano codici diversi per i CCNL), in parte potrebbe far emergere l’uso di contratti nazionali che non sono registrati al CNEL.

Concentrandoci per il momento solo sui lavoratori per cui è riportato un CCNL, i numeri sono molto simili a quelli INPS: il 96 per cento dei lavoratori è assunto con un contratto della triplice, il 2,85 per cento è assunto con un contratto UGL, CONFSAL, CISAL, FNSI o Manager, mentre solo lo 0,99 per cento è assunto con un contratto non rappresentativo, una cifra piccola, ma doppia rispetto a quanto disponibile in Uniemens.

A livello regionale si osserva qualche differenza, ma non secondo l’usuale divisione Nord/Sud: i contratti non rappresentativi hanno un’incidenza più elevata della media nazionale (ma pur sempre sotto il 2 per cento) in Abruzzo, Lombardia, Umbria, Sicilia, Campania, Molise, Calabria, Friuli e Sardegna.

Più marcate sono le differenze a livello settoriale: senza grandi sorprese, percentuali elevate di contratti non rappresentativi si trovano tra i lavoratori domestici (4,7 per cento), nei servizi di supporto alle imprese (3,2 per cento), nelle costruzioni (2,7 per cento) e nel trasporto e magazzinaggio (2,5 per cento).

Come ha concluso lo stesso CNEL, che ha depositato una proposta di legge in materia, passi avanti si potranno fare quando anche nel sistema delle Comunicazioni Obbligatorie sarà utilizzato il codice unico dei contratti CNEL-INPS (cosa a cui, in realtà, il Ministero del Lavoro sarebbe già tenuto).

Un’analisi preliminare permette, però, di tirare alcune prime conclusioni.

Innanzitutto, il sospetto che le informazioni comunicate all’INPS e al Ministero del Lavoro non siano le stesse non ne esce invalidato. In particolare, al Ministero del Lavoro pare sia comunicata una più ampia gamma di CCNL. Inoltre, una percentuale più importante di lavoratori è coperta da un contratto diverso da quelli registrati al CNEL, sui quali non si hanno maggiori informazioni. Tuttavia, anche nelle comunicazioni obbligatorie, i CCNL utilizzati restano ampiamente nell’alveo di quelli firmati da CGIL, CISL e UIL. L’incidenza dei contratti non rappresentativi è minima, ma il doppio di quanto emerge nei dati INPS e alcuni settori presentano dei livelli più critici che meritano attenzione.

L’incidenza dei contratti non rappresentativi, comunque, non è l’unico indicatore della loro problematicità: la mera possibilità di firmarne uno infatti ha un effetto “spada di Damocle” sulla contrattazione “buona”.

Se, poi, la tendenza all’aumento rispetto al periodo pre-pandemico trovasse conferma, il quadro sarebbe destinato a diventare più critico nei prossimi anni. In ogni caso, il significativo ritardo nei rinnovi e i livelli salariali di contratti assurti recentemente all’onore delle cronache mostrano che essere coperto da un contratto della triplice non è di per sé garanzia di buone condizioni di lavoro.

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