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Una scuola senza voti, è la soluzione?

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Non sono certamente così presuntuosa da poter affermare con assoluta certezza che una scuola senza voti sia giusta o meno. Mi riferisco chiaramente alla sperimentazione che da sette anni sta portando avanti il Liceo Morgagni di Roma e che sta facendo tanto parlare. Non è, peraltro, questa l’unica Scuola Superiore che ha adottato tale sistema. La sperimentazione è adottata, per esempio, dall’Istituto Agrario Cecchi di Pesaro e da altri ancora.
Inoltre, forse non tutti sanno che in Italia un grosso cambiamento normativo è già avvenuto a livello nazionale nel 2021 nelle Scuole Primarie, con l’abolizione del giudizio numerico in favore di una valutazione descrittiva (a parere mio e anche di mio figlio che l’ha vissuta sulla propria pelle, purtroppo, poco comprensibile e troppo standardizzata). Rimpiango un po’, lo devo ammettere, i vecchi giudizi discorsivi scritti a biro sulla pagella, nei quali il Maestro personalizzava le valutazioni fornendo al bambino e ai genitori informazioni preziose accanto ai numeri e offriva la parvenza di conoscere l’alunno non solo dal punto di vista del rendimento scolastico.

L’evoluzione del sistema di giudizio presso la Scuola Primaria e le sperimentazioni in atto presso le Scuole Secondarie di II° Grado (Scuole Superiori) sono sostenute con forza da studiosi che sostengono con argomenti scientifici che i bambini/ragazzi potrebbero così godere di una maggiore autostima, si sentirebbero più motivati, meno in ansia da prestazione e maggiormente interessati ai contenuti affrontati. È doveroso, quindi, non affrontare la questione con la chiusura mentale di chi pensa che la propria esperienza passata sia sempre la migliore. D’altra parte in America e in Giappone hanno trovato un’alternativa al voto numerico e vengono utilizzate le lettere dell’alfabeto dalla A alla F. In Europa, le uniche eccezioni sembrano essere la Svezia e la Finlandia, dove non si applicano né voti né bocciature per tutta la Scuola Primaria, frequentata fino ai 13 anni.
Pertanto, non intendendo in questa sede prendere posizioni personali in merito, trovo interessante uscire per un momento dal discorso del voto e dal (discutibile) impatto così forte che esso può avere sullo sviluppo dei giovani appartenenti a questa famosa Generazione Z, per spostare l’attenzione sull’Istituzione Scuola e su come, inevitabilmente, si sia evoluta negli anni.

A questo proposito, condivido con voi ciò che scrive Giuseppe Fara, docente di psicologia dell’età evolutiva, in ‘Psicologia’, parlando dell’insuccesso scolastico: “La vecchia scuola pone al centro del proprio interesse l’oggetto dello studio, ciò che si deve insegnare ed imparare, i programmi, i libri di testo; e l’insegnamento, di conseguenza, è rivolto a una collettività anonima, la scolaresca; la cultura che si vuole trasmettere è la cultura del passato, come garanzia di certezza e di solidità; e i suoi contenuti sono presentati come una realtà statica e dogmatica che passivamente deve essere accolta; la maturazione dello studente deve ispirarsi al principio d’autorità e deve costruirsi sulla molla dell’individualismo e della competizione.”

In questa scuola il voto è necessario come stimolo e motivazione perché si studiano cose che non interessano.
La scuola nuova continua Fara pone al centro del proprio interesse il soggetto, lo studente, con le sue personali attitudini, motivazioni, aspirazioni; ed è a lui che individualmente l’insegnamento è indirizzato; la cultura che si vuol trasmettere è ancorata ai problemi del presente e proiettata verso il futuro, come realtà da costruire con l’impegno di ognuno; e i suoi contenuti sono presentati come un prodotto della storia dell’uomo che attivamente e criticamente ha la possibilità di adoperarli per trasformare il mondo che lo circonda; la maturazione dello studente deve ispirarsi alla democrazia e deve costruirsi sulla spinta alla socialità e alla collaborazione.” In questa scuola il voto è davvero così utile?

Guardando la questione da questo punto di vista sembrerebbe proprio che il voto, nella scuola moderna, la scuola che sa guarda al futuro, non sia poi così necessario. Ma, d’altra parte, se è sufficiente conseguire voti negativi per ledere la dignità di un alunno, ostacolare il suo percorso di crescita e influenzare il rapporto con i pari, non potrebbero esserci forse difficoltà nello sviluppo del ragazzo a prescindere?

Ecco che la questione del voto rappresenta solo un aspetto di un sistema molto più complesso e delicato che forse è necessario ripensare per evitare di ottenere poi l’effetto esattamente contrario, ossia la demotivazione dell’alunno e anche dell’insegnante. Siamo noi adulti a dover far capire al bambino/ragazzo che il voto non lo identifica, ma anzi ha un valore temporaneo che può modificarsi sia negativamente che positivamente. Proprio per questo non ha molta im-portanza, ma è uno strumento per calibrarsi meglio nell’insegnamento per il docente e nell’apprendimento per il discente.
Non vorrei mai pensare che la scelta di abolire il voto dovesse/volesse andare a compensare la difficoltà che ha l’adulto (insegnante o genitore) di considerare la persona per ciò che è realmente e che la scuola (e peggio ancora la famiglia) fosse in realtà la prima vera istituzione che etichetta una persona come incapace solo perché la storia e la geografia proprio non ha voglia di studiarle.

Voglio pensare che non sia così e che gli insegnanti sappiano rassicurare in merito al voto, che sappiano valoriz-zare e raccontare il bambino/ragazzo al di là del voto.
Sicuramente è così. Altrimenti sarebe l’ennesimo triste tentativo di raggirare la questione senza andare ad analizzare la vera criticità.

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